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La camera bianca

gennaio 20, 2015

di Nicoletta De Valeri

La tipologia di guasto, determinante per l’intero processo di recupero, assume rilevanza prioritaria e fondamentale nella scelta tecnica delle strumentazioni necessarie per la risoluzione dell’inaccessibilità ai dati. Così, ad esempio, nel caso in cui la perdita dati sia riconducibile ad un danno fisico è, prima di tutto, necessario disporre di un ambiente adeguato per eseguire le delicate fasi della lavorazione su un hard disk aperto. La camera bianca, in inglese cleanroom, diviene, in tal caso, indispensabile. Si tratta di un ambiente artificiale deputato al controllo della qualità dell’aria. All’interno di questa struttura, attraverso complessi sistemi di ventilazione noti come blowers o FFU (FAN FILTER UNITS), viene ridotto drasticamente il numero di microparticelle di polvere in sospensione aerea.

La classificazione in diverse categorie di camera bianca è basata proprio sul conteggio delle microparticelle presenti nell’aria; in particolare, mediante un apposito contatore, viene misurata la quantità di micropolveri di dimensioni pari a 0.5 µm in un volume definito d’aria (un piede cubo secondo le normative americane; un metro cubo per la UNI). Secondo tale criterio, ad un minor quantitativo di particelle di polvere conteggiate corrisponde una più bassa classe di appartenenza della camera bianca (ISO-5, ISO-6, ecc.).

Il controllo dell’aria avviene, all’interno della camera bianca, grazie ad un sofisticato sistema di ventilazione forzata. Ventole immettono nella camera bianca un flusso laminare di aria filtrata attraverso filtri HEPA della classe di interesse (ISO-5, ISO-6, ecc.). Tale flusso laminare impedisce alle particelle di muoversi liberamente all’interno dell’ambiente.

cleanroom_illustration02

La camera bianca di classe 100, concepita in modo da garantire un ambiente contenente non più di 100 particelle da 0.5 µm per metro cubo d’aria, è la struttura comunemente utilizzata nel recupero dati professionale.

Considerando che la particella di fumo di una sigaretta ha un diametro maggiore della distanza che c’è fra la testina di lettura/scrittura e la superficie magnetica del piatto, distanza dell’ordine di 12 nanometri (3-5 nanometri per gli hard disk più recenti), diviene subito evidente come sia indispensabile, quando richiesto dalla tipologia di danno riscontrato, aprire un hard disk in un ambiente ad atmosfera controllata per recuperare i dati in esso contenuti. Poiché l’aria è satura di particelle, aprire il supporto in un ambiente non controllato, dunque, comprometterebbe irreversibilmente la possibilità di recuperare i dati contenuti nel disco. L’inevitabile interposizione delle micropolveri dell’aria tra la testina e la superficie del disco provoca, infatti, la rigatura dello strato più esterno, quello ferro-magnetico, sul quale vengono memorizzati i bit di dati, provocandone così la perdita irreversibile. Ecco perché, nei casi di danneggiamento fisico del supporto, per intervenire in sicurezza sugli hard disk danneggiati, è indispensabile disporre di una camera bianca.

Per consigli, suggerimenti, indicazioni su come inviarci il tuo supporto danneggiato, puoi utilizzare la nostra live chat (ove troverai un ingegnere pronto a risponderti 24 h al giorno), oppure puoi compilare il form dei contatti presente sul nostro sito web, o, se preferisci, puoi contattarmi all’indirizzo info@dmdatarecovery.it

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